Recensione: La quadrilogia dell’Amica Geniale – Elena Ferrante

Decisamente in ritardo rispetto agli anni di pubblicazione e di successo di questi libri, arriva oggi la mia recensione sulla quadrilogia de L’Amica Geniale di Elena Ferrante. Sì, in ritardo perché l’uscita del primo volume risale al 2011, e dell’ultimo al 2014.

First things first: Elena Ferrante è lo pseudonimo di una scrittrice italiana la cui identità non è mai stata svelata (nonostante le varie teorie ancora oggi discusse in merito), e conosciuta già per romanzi di grande successo (L’Amore molesto e I giorni dell’abbandono) che hanno poi visto la luce nelle sale cinematografiche. I quattro volumi dell’Amica Geniale sono stati descritti dalla stampa come romanzi globali italiani, e dichiarati da molti dei veri e propri capolavori.

Trovi qui di seguito una breve trama riassuntiva (ho provato a non inserire troppi dettagli e a non farmi sfuggire alcuno spoiler, ma se non vuoi correre rischi allora meglio passare oltre), e più infondo le mie opinioni ed impressioni.

I libri e la trama

L’Amica Geniale, così come tutti e quattro i libri, racconta la storia di un’amicizia di due bambine prima, e donne poi: Elena (Lenuccia) e Raffaella (Lila o Lina). A narrare la storia è proprio una delle due protagoniste: Elena, che in età ormai avanzata decide (con uno scopo particolare) di mettere nero su bianco tutta la sua storia e quella di Lila.

Ambientata in uno dei quartieri più poveri della Napoli degli anni ’50, la storia prende forma durante gli anni dell’infanzia delle due protagoniste e ne segue la crescita, passando per l’età adolescenziale, fino ad arrivare all’età adulta. Da sfondo ad una complessa ed articolata relazione di amicizia ci sono storie fatte di contrasti, di famiglie e personaggi, di camorra e legalità, di un’Italia in miseria ed in crescita, ed infine di un mondo in evoluzione.

L‘amicizia tra Lenù e Lila è la madre delle contraddizioni: amore e odio, protezione e ostacolo, ammirazione e invidia sono il fil rouge dei romanzi e della “sorellanza” tra le due. Sin dall’inizio le ragazze sono difatti in competizione: nate tra la povertà e l’ignoranza l’unico modo per sfuggire al destino già segnato è, per loro, la scuola. Pur essendo entrambe intelligenti ed in gamba, Lila sembra eccellere in tutto senza troppa difficoltà, al contrario di Lenuccia, che affannosamente cerca di raggiungere l’amica imponendosi una dura disciplina. A distinguerle non sono solo le capacità intellettive: Lila è (apparentemente) la più indipendente delle due, la più intraprendente, la più sicura di sè e, decisamente, la più ribelle, a tratti persino cattiva.

Le strade delle due bambine cominciano a separarsi quando, a causa del volere dei suoi genitori, Lila non prosegue gli studi una volta terminata la quinta elementare. Si troverà così a sposarsi quando è appena adolescente con quello che pensa essere l’uomo migliore, o perlomeno il meno peggiore, del rione. La vita da “signora” e da amante, finirà col deludere Lila e spegnere piano piano la sua miccia. Alla rovina della vita di Lila, si opporrà il decollo di quella di Lenuccia. Riuscirà a laurearsi sfuggendo al rione e creando una famiglia lontano da dialetto e violenze.

Tuttavia, una serie di scelte giuste e sbagliate, di perdite e gioie, porteranno le due ragazze, ormai mamme, di nuovo vicine e la loro amicizia assumerà sempre nuovi e vecchi tratti per il resto della loro età adulta. 

A crescere durante il racconto non sono solo le due protagoniste, ma anche tutti i personaggi minori. Nessuno di loro viene lasciato al caso, né tantomeno dimenticato. Ognuno prenderà la sua strada, per poi accidentalmente incrociarla con quella degli altri.

Le mie impressioni 

L’abilità narrativa della Ferrante è eccellente nei volumi. Il lavoro fatto sulla struttura della storia è egregio: ogni personaggio va e viene con un tempismo perfetto; proprio quando ti chiedi che fine abbia fatto ecco che rispunta fuori. Il linguaggio utilizzato si adatta benissimo ad ogni periodo della crescita del personaggio. E’ infatti da ammirare come l’autrice sia riuscita ad assumere tratti e lessico infantili nel primo libro, e quelli di una donna matura nell’ultimo. Pur trattandosi di una narrazione attenta ai dettagli e ai particolari, non ho mai avuto l’impressione di poter immaginare realisticamente le varie figure, proprio perchè mancano delle loro descrizioni fisiche accurate. Di sicuro a non mancare sono le descrizione accurate delle loro personalità, attraverso i loro pensieri.

Il primissimo dei quattro libri a dire la verità non mi aveva attratto così tanto. Certo, c’era la curiosità e l’interesse, ma non avevo apprezzato poi così tanto la storia. Per riprendere una citazione del libro, a me dava l’idea di essere “brutto, brutto, brutto”. Mi disturbava leggere di una storia così triste e violenta e soprattutto di personaggi così deboli.

Nei riguardi delle protagoniste, infatti, ho assunto sentimenti sempre più contrastanti. Più che affezionarmici, come mi capita spessissimo, le ho quasi disprezzate. Ho detestato Lila quando diventava così cattiva con l’unica persona che le avesse mai dimostrato affetto, la sua Lenuccia. E mi arrabbiavo con Lenuccia per il suo essere così insicura, remissiva ed ingenua. La loro lunaticità ha fatto sì che io tifassi ora per l’una, ed ora per l’altra. Finivo un libro convinta di aver preso una posizione, e poi alla fine del successivo Elena mi aveva già fatto cambiare idea. E così per tutta la durata della storia. Ho realizzato di aver mal sopportato soprattutto Lenuccia. Persino nel raccontarsi non si accorgeva e si allarmava della sua mediocrità. Alla fine del libro ho capito che a disturbarmi così tanto, non era il personaggio il sè, ma quanto il fatto che io mi ci rispecchiassi in quei desideri di approvazione e di rivalsa, di diventare qualcuno, di sfuggire dalla realtà in cui si è nati, di “farcela” in qualche modo.

“Diventare. Era un verbo che mi aveva sempre ossessionata, ma me ne accorsi per la prima volta solo in quella circostanza. Io volevo diventare, anche se non avevo mai saputo cosa. Ed ero diventata, questo era certo, ma senza un oggetto, senza una vera passione, senza un’ambizione determinata. Ero voluta diventare qualcosa – ecco il punto – solo perché temevo che Lila diventasse chissà chi e io restassi indietro. Il mio diventare era diventare dentro la sua scia. Dovevo ricominciare a diventare, ma per me, da adulta, fuori di lei.”

Ho trovato molto interessante e d’impatto la descrizione di una Napoli e di violenze a me sconosciute. Al contrario mi sono sembrati quasi fuori luogo, o quasi abbozzati lì, i rimandi (soprattutto nel terzo volume) al comunismo, al femminismo e alle lotte degli anni ’60/’70.

Ho decisamente avuto l’impressione che si trattasse di un romanzo autobiografico, perché credo che alcuni pensieri, idee ed episodi possano essere raccontati in maniera così chiara e limpida solo se vissuti. Tuttavia ad oggi nessuno lo può confermare. Forse per questo la Ferrante preferisce restare in sordina?

Complessivamente secondo me si tratta di una grande opera, ma non lo definirei un capolavoro.

“Nelle favole si fa come si vuole. Nella realtà si fa come si può.”

 

Se sei arrivata fino infondo non posso che ringraziarti per il tempo che mi hai dedicato! Non è stato facile mettere in ordine tutti i pensieri e filtrarli. Se hai letto il libro fammi sapere le tue opinioni. Ne sarei felice!

A presto!